L’etimologia della parola biliardo si ritiene derivi dal francese “billard”, unione e contrazione di due parole: “bille”,  cioè “palla”, e “art”, cioè “arte”. Dunque l’arte della palla, o meglio l’arte del gioco con la palla.
Meno chiare sono invece le origini del gioco. Da alcuni vengono addirittura fatte risalire a un’antica usanza barbara che consisteva, prima di una battaglia, nel disporre su un campo delle pietre oblique in modo che stessero in piedi e nel cercare di colpirle da una certa distanza usando dei sassi. A seconda del numero di pietre fatte cadere se ne traevano indicazioni relative all’andamento futuro della battaglia. In effetti questa usanza richiama una delle tante varianti del biliardo moderno, che consiste nel far cadere dei birilli (al centro del tavolo da gioco, a formare il cosiddetto “castello”) attraverso una palla colpita servendosi di una stecca.
Origini più recenti ricondurrebbero il biliardo alla trasposizione in un ambiente interno del croquet, un gioco praticato all’aperto su un terreno erboso, che consisteva nel far passare delle palle di legno attraverso archetti, grazie all’uso di spatole. Il campo era poi circondato da sponde piuttosto basse per evitare la dispersione delle palle.

Si può però affermare che la storia del biliardo abbia avuto inizio nel 15esimo secolo, in Francia, sotto il regno di Luigi XI. Il regnante infatti pare soffrisse di mal di schiena e così ordinò al suo ebanista la costruzione di un tavolo per giocare a croquet ad altezza uomo. I primi biliardi erano costituiti da una tavola ricoperta da un panno verde (retaggio dell’erba del croquet) sul quale, attraverso l’uso di bastoni con l’estremità ricurva, venivano spinte delle bilie colorate. Per evitare che cadessero, furono poi aggiunte delle sponde. Inizialmente questo gioco fu praticato solo dagli aristocratici, anche se – si dice – si diffuse pure in ambienti meno nobili. La tradizione “nobile” del biliardo fu confermata anche sotto la reggenza di Luigi XIII, che proclamò la fine del suo regno proprio salendo su un tavolo da biliardo.

Estratto da The Compleate Gamester
Estratto da The Compleate Gamester

Il “parente” più stretto del moderno biliardo viene però fatto risalire al 17esimo secolo, quando si diffuse un gioco praticato su un tavolo rettangolare con 6 buche (1 per ciascun angolo e 2 al centro dei due lati più lunghi) e che consisteva nell’uso di due palle, un archetto chiamato “port” e un birillo chiamato “roi”. Nel 1674 fu stampato il primo regolamento del gioco del biliardo, in lingua inglese, all’interno del libro di C. Cotton “The Compleat Gamester”. Ci sono poi testimonianze di Re Luigi XIV che gioca a biliardo.

Durante il 18esimo secolo si svilupparono molte varianti del gioco in tutta Europa. Sostanzialmente l’archetto fu accantonato e il gioco andò configurandosi come praticato su un tavolo coperto da un tappeto verde, con delle bande contenitive laterali in legno. Successivamente il panno fu fissato sui bordi per migliorare il rimbalzo delle palle e la stecca ricurva lasciò il posto a quella dritta, simile alla moderna. Con l’introduzione di una terza palla di colore rosso e la graduale scomparsa dell’archetto prima e del birillo poi, si arriva al 1770. Le prime regole del gioco erano semplici: si guadagnavano punti mandando in buca le palle avversarie e realizzando carambole. In questo modo il biliardo divenne popolarissimo, soprattutto a Parigi: lo si praticava in numerose sale deputate a tale gioco, sia di giorno che di notte.

Il capitano Mingaud
Il capitano Mingaud

Nel 19esimo secolo proseguì l’evoluzione verso il moderno biliardo e ci fu un importante contributo dato dalle numerose scoperte tecnologiche che caratterizzarono quell’epoca. Nel 1823, un capitano di fanteria, tale Mingaud, ebbe l’idea di applicare un pezzo di cuoio in testa alla stecca e sperimentò un nuovo colpo, grazie anche al molto tempo che ebbe a disposizione per migliorare la nuova tecnica, essendo stato rinchiuso per molti anni in una prigione in “compagnia” solo di un tavolo da biliardo. Il colpo inventato consisteva nel far retrocedere la palla, colpendola verticalmente invece che orizzontalmente. Riuscì poi a ideare anche altri effetti sorprendenti al punto che, uscito dal carcere, iniziò a girare la Francia e a stupire tutti con le sue abilità.
A partire dal 1850 il biliardo varcò i confini transalpini, diffondendosi e affermandosi gradualmente in tutto il Vecchio Continente.
Fu così che l’inglese John Carr introdusse il gesso blu per migliorare l’aderenza tra la stecca e la palla. Carr fu anche il primo a sfruttare commercialmente il biliardo, spacciando per “magico” il gesso blu che, a sua detta, gli consentiva di  effettuare colpi incredibili, salvo poi essere smentito da un suo cliente, che dimostrò la sostanziale equivalenza tra il gesso blu e quello bianco.

Il tavolo, dapprima in legno, poi in marmo e ardesia, attorno al 1835 cominciò a essere costituito da uno scheletro metallico sul quale veniva montata una lastra di ardesia spessa dai 3 ai 5 millimetri. Sempre nello stesso periodo  Charles Goodyear, attraverso l’introduzione del processo di vulcanizzazione della gomma, diede un importante contributo al biliardo. La gomma vulcanizzata era infatti notevolmente più stabile e resistente rispetto a quella non lavorata. Ciò permise il suo utilizzo nella realizzazione delle sponde dei tavoli, consentendo un maggior controllo delle traiettorie delle bilie.

A sfruttare a livello industriale le piccole-grandi innovazioni tecnologiche introdotte gradualmente ci pensò John Thurston, che iniziò a produrre tavoli in grande quantità usando tutte le nuove scoperte tecnologiche e servendosi esclusivamente dell’ardesia per la realizzazione del piano da gioco.
A partire dal 1868 le palle da biliardo, fino a quel momento realizzate per la maggior parte in avorio, iniziarono a essere prodotte in celluloide, un nuovo materiale che, grazie alle sue caratteristiche fisiche, si dimostrò particolarmente adatto.
A partire da tre componenti fondamentali, cioè la palla, la stecca e il tavolo, in tutto il mondo iniziarono a svilupparsi differenti varianti del biliardo.
In Inghilterra si iniziò a parlare di “snooker”, dato che agli inglesi piaceva la variante che consisteva nell’imbucare le palle. Il numero di queste iniziò ad aumentare e, per questo motivo, ci fu l’introduzione del triangolo per contenerle. Anche il numero di giocatori che avevano la possibilità di partecipare a una singola partita iniziò a crescere. Siamo attorno al 1875 e il biliardo diventa lo sport nazionale in tutti i paesi facenti parte del vecchio Commonwealth.
In Francia i giocatori privilegiarono la carambola, di fatto escludendo le buche dal tavolo.
In Italia vennero usati molto i biliardi con le buche e il gioco consisteva nel mandare la palla dell’avversario in una delle 6 buche, fino a raggiungere la vera e propria “stecca”, esattamente come accade oggi. Poi furono introdotti i birilli e lo scopo divenne quello di abbatterne il maggior numero possibile con la palla avversaria. La diffusione fu tale che questa variante prese il nome di “italiana”. Sempre in Italia si diffusero anche le cosiddette “boccette”.
Venendo invece all’America, occorre dire che il biliardo iniziò a diffondersi a partire dal 1800 e da quel momento non si fermò più. Il primo a introdurlo fu l’irlandese Phelan, ma poi il fenomeno divenne popolarissimo in tutti i moderni States, nei quali si giocarono tornei che divennero veri e propri spettacoli popolari, attirando centinaia di spettatori. In queste manifestazioni i migliori campioni francesi si misuravano con gli omologhi statunitensi, in tornei caratterizzati da serie infinite. In particolare si diffusero la carambola e il “pool”, quest’ultimo tipica variante del Nuovo Continente. Si trattava di mettere in buca 15 palle numerate, il cui valore era rappresentato proprio dal numero che recavano impresso. Il giocatore in grado di realizzare più punti, come ovvio, risultava essere il vincitore. Una delle principali evoluzioni del pool si ebbe nel momento in cui, durante un campionato nazionale, vinse un giocatore che imbucò sole le palle dalla 11 alla 15. Uno spettatore, indignato per l’ingiustizia, propose di far rigiocare l’incontro assegnando un punto per ogni bilia imbucata: nacque così il “14-1”, che rimase l’unico gioco ufficiale fino al 1960, anno in cui fu introdotto il gioco della “Palla 9”.
Un campionissimo degli inizi del ‘900 fu Alferd de Oro, di origini cubane, grande giocatore di “pool” e di “3 sponde”.
Dal 1890 al 1930 ci fu un’incredibile evoluzione del biliardo, dovuta sia a ulteriori migliorie tecniche che a nuove regole di gioco.
In America il mito del biliardo, dopo il declino a seguito della seconda guerra mondiale, riprese a partire dagli anni 60, si arrestò parzialmente durante la guerra del Vietnam, per poi continuare inarrestabile fino ai giorni nostri grazie a due films, entrambi con Paul Newmann nella parte del protagonista.

Lo spacconte - Locandina
Lo spacconte – Locandina

Il primo fu “The Hustler”, datato 1961 e tradotto in Italia come “Lo spaccone”. Il secondo data 1986 e fu “The color of money”, in italiano “Il colore dei soldi”, e riprende la storia dello “spaccone” Edward Felson, detto Eddie lo svelto, 25 anni dopo.
Con la progressiva diffusione del gioco del biliardo, nelle varie nazioni iniziarono a formarsi differenti federazioni. In Inghilterra, ad esempio, si costituì la Federazione dello “Snooker”. Molti di questi organismi vengono oggi riconosciuti dai rispettivi Comitati Olimpici. In Italia si deve segnalare la fondazione della Federazione Italiana Amatori Biliardo, nata nel 1958.
Attualmente nella Penisola sono più di 5 milioni i praticanti, 28.000 dei quali tesserati, che si sfidano in più di 1600 sale e società sportive.